mercoledì, 09 luglio 2008
Lucia e Giovanni vivono a Roma e lavorano nel mondo della creatività, lei come montatrice, lui come attore. Un mondo senza certezze, senza continuità, fatto d'illusioni e continue ricostruzioni. Lucia ogni giorno taglia e incolla, rimette i "pezzettini" (le immagini) nel giusto ordine per produrre senso. Ma la vita, quella vera, qualche volta non ha nessun senso, e così capita che suo marito se ne vada di casa, lasciandola con un bimbo di poco più di un anno in braccio, per "cercarsi", in un anelito di libertà che, in compenso, confina lei nella prigione della solitudine, della rabbia, dell'abbandono.

Eros e Giorgio, due documentaristi indipendenti (pizza al taglio a pranzo e a cena e per letto il sedile dell'auto), avevano scelto proprio Lucia e Giovanni come campione della loro indagine sul precariato giovanile, ma si ritrovano all'improvviso a documentare una crisi di coppia, che certamente ha la sua origine nella fatica di vivere soli e instabili nella società "liquida" stigmatizzata da Bauman, ma che va oltre e sconfina nell'universale fine di un amore. Anche il progetto filmato dei due ragazzi, inizialmente connotato da uno sguardo freddino, assiduo, da antropologi d'assalto o piccoli grandi fratelli, si carica di empatia per la tragicommedia della vita, fino a coinvolgersi al punto da passare la linea di demarcazione, professionale e finzionale.

Anna Negri, a distanza di parecchi anni dal primo lungometraggio, nel quale si presentava con originalità e leggerezza, ma senza trovare il tono né risolvere il nodo tra fantasia e verità, si riaffaccia con Riprendimiteatro europeo (da cui proviene la sceneggiatrice, Giovanna Mori) e del miglior cinema low-budget, per cui ad un'ampia libertà tecnica e produttiva (la regista ha girato in casa propria) corrisponde una fruttuosa libertà espressiva degli attori e della macchina da presa. S'intravedono persino Cassavetes (modello di recitazione) e Lynch (nella centralità del mezzo video e nel "doppio" sogno di Lucia), ben sepolti, s'intende, sotto il registro della commedia dei sentimenti.

Alba Rorwacher, per la prima volta protagonista dopo tante belle apparizioni a margine, crea un personaggio memorabile di giovane donna apparentemente fragile e in realtà vitale e appassionata, in grado di lenire con l'intelligenza e il sorriso quel mal di cuore di ogni giorno, di cui canta, magicamente, Billie Holiday.
mostrando grande maturità stilistica e rinnovando la promessa di originalità. Nel tempo trascorso, sembra abbia fatto tesoro di molte lezioni, non ultima quella dell'ex collega Rossana Campo, di cui ripropone la freschezza delle scene corali al femminile nelle belle sequenze di Lucia con le amiche; ma anche quella del
postato da: resaca alle ore 16:56 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 09 luglio 2008
Locandina Riprendimi



A tutti gli appassionati di cinema : vi prego di non perdervi questo film, un piccolo gioiello del nuovo cinema italiano.  8 all'originaltà    8  agli interpreti,  STREPITOSI e quasi sconosciuti.
postato da: resaca alle ore 16:52 | Permalink | commenti
categoria:
mercoledì, 09 luglio 2008
Buon ascolto a tutti. Senza musica non potrei vivere, senza libri non potrei vivere, senza il cinema non potrei vivere, senza gli amici non potrei vivere , senza l'amore non potrei vivere, senza animali non potrei vivere. Ho tutte queste cose...........quanto sono fortunata!!!
postato da: resaca alle ore 16:42 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 08 luglio 2008
Per Giorgio

                                             Buon ascolto
postato da: resaca alle ore 11:57 | Permalink | commenti (1)
categoria:
venerdì, 13 giugno 2008
Sono scioccata, veramente scioccata da questo film. Certo, è vero, come si dice  " tutto il mondo è paese",

ma ho sempre guardato alla Svezia come un paese civile, non violento, avanzatissimo nelle politiche sociali.....ebbene, dopo aver visto questo film mi sento più confusa che persuasa ( per dirla con Montalbano).

Insomma anche gli svedesi picchiano le donne, uccidono, ricattano, si macchiano di crimini più o meno efferati. Gli inventori di IKEA dei brutti cattivoni. Quando si dice mai dire mai. Un  altro posto da scartare nella ricerca del luogo che non c'è. Il film non è male ma racconta troppo, un'occasione  un pò sprecata  per denunciare una scarsa coscienza collettiva.  Sette +Racconti da Stoccolma foto 0
postato da: resaca alle ore 18:24 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 03 giugno 2008


E non dico altro.......dice tutto per me  caparezza
postato da: resaca alle ore 16:35 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, 01 giugno 2008


Locandina Il Divo



La storia d'Italia attraverso la vita e la carriera di un uomo: Giulio Andreotti.






C'è un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l'agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima immagine (grottesca) di Giulio Andreotti ne Il divo.



Siamo negli Anni Ottanta e quest'uomo freddo e distaccato, apparentemente privo di qualsiasi reazione emotiva, è a capo di una potente corrente della Democrazia Cristiana ed è pronto per l'ennesima presidenza del Consiglio. L'uccisione di Aldo Moro pesa però su di lui come un macigno impossibile da rimuovere. Passerà attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli) in cui lo si riterrà a vario titolo coinvolto, supererà senza esserne scalfito Tangentopoli per finire sotto processo per collusione con la mafia. Processo dal quale verrà assolto.



Paolo Sorrentino torna a fare cinema direttamente politico in Italia (Il caimano essendo un'abile commistione di politico e privato). Compie una scelta difficile pur decidendo di colpire un obiettivo facile: Andreotti. L'uomo di Stato che è stato definito di volta in volta, la Sfinge, il Gobbo, La Volpe, il Papa nero, Belzebù e, giustappunto, il Divo Giulio si prestava sicuramente a divenire simbolo di una riflessione sui mali del nostro Paese. La scelta era comunque difficile perchè Sorrentino aveva alle sue spalle almeno tre nomi ai quali ispirarsi e dai quali stilisticamente distinguersi in questa sua riscoperta del cinema impegnato: Francesco Rosi, Elio Petri, Giuseppe Ferrara. Il primo con il suo rigore nella denuncia, il secondo con una visionarietà graffiante, il terzo con il suo cronachismo drammaturgicamente efficace.



Sorrentino riesce nell'operazione. Dichiara, consapevolmente o meno, i propri debiti nei confronti degli autori citati nella fase iniziale del film che innerva però sin da subito con una cifra di grottesco che diventa la sua personale lettura del personaggio e di coloro che lo hanno circondato e sostenuto. Proprio grazie a questa scelta stilistica può permettersi, nell'ultima parte del film, di proporci le fasi processuali per l'accusa di mafia grazie a una visione in cui surreale e reale finiscono con il coincidere.



L'Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto se stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l'unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta "I migliori anni della nostra vita" entra di diritto nella storia del cinema italiano. È la sintesi perfetta (ancor più degli incubi ritornanti con le parole come pietre scritte a lui e su di lui da Aldo Moro dalla prigione delle BR) di una vita consacrata sull'altare sbagliato.



Una vita in cui, come afferma lo stesso Andreotti (interpretato da un Servillo capace di cancellare qualsiasi remota ipotesi di imitazione per dedicarsi invece a uno scavo dell'interiorità del personaggio), è inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene. That's Life? Forse non necessariamente. Che voto??  Un bel 9+. Assolutamente da vedere e rivedere,



postato da: resaca alle ore 18:33 | Permalink | commenti (2)
categoria:
mercoledì, 28 maggio 2008

Locandina Gomorra

Ritratto della camorra e della criminalità contemporanea nella città di Napoli.


Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del vicinato e sogna di affiancare i grandi, quelli che girano in macchina invece che in motorino, che indossano i giubbotti antiproiettile, che contano i soldi e i loro morti. Ma diventare grandi, a Scampia, significa farli i morti, scambiare l'adolescenza con una pistola. O magari, come accade a Marco e Ciro, trovare un arsenale, sparare cannonate che ti fanno sentire invincibile. Puoi mettere paura, ma c’è sempre chi ne ha meno di te. Impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, e può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro (Imparato), una vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare i camion della camorra in giro per l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco (Servillo), il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non creda di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare.

Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, libro-scandalo di Roberto Saviano che in Italia ha venduto oltre un milione di copie, aprendo il sipario sulla luce artificiale e ustionante di una lampada per camorristi vanitosi ed esaltati. Il sole non illumina più le province di Napoli e Caserta, impossibile rischiarare questa terra buia e straniera al punto che gli italiani hanno bisogno dei sottotitoli per decifrarla. Siamo in un altro paese: all'inferno. Che non si trova nel centro della terra, ma solo pochi metri giù dalla statale o sotto la coltivazione delle pesche che mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori con la compiacenza dei rispettabili industriali del nord.

Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole; forse la bellezza è nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson, col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente.

Il film di Garrone è crudo e angosciante, ripreso dal vero, musicato dal suono delle grida e degli spari di Scampia. Una volta si diceva "giusto", quando dire "bello" non aveva senso. Giustissimo, dunque.

Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura. Del libro, soprattutto, sposa il punto di vista, da dentro, e tuttavia inevitabilmente fuori, in salvo. "Ma - scrive Saviano - osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco". Gomorra, sullo stomaco, pesa come un macigno. Solo una ruspa potrebbe sollevarlo, per "sversarlo" altrove e chiudere in circolo vizioso, come il suono del film

postato da: resaca alle ore 16:08 | Permalink | commenti (1)
categoria:
lunedì, 19 maggio 2008
07bcd3f716e559eb8f358b3fb68d2ad6Rubato dal blog di psicotango e tosto pubblicato.......non ho saputo resistere. Lo penso e lo dico continuamente.....quindi
postato da: resaca alle ore 08:42 | Permalink | commenti (1)
categoria:
venerdì, 16 maggio 2008
Sono molto angosciata per tutto quello che sta succedendo a Napoli e a Roma. Stamattina sentivo di una proposta di legge che chiede l'istituzione di RONDE ANTIROM.Questi sono davvero fuori di testa: Questo comportamento xenofobo, folle e violento mi getta nello sconforto più totale. Clima da caccia alle streghe  che da il via libera a tutti " i topi di fogna" che si sentono in diritto di andare  a minacciare tutti gli extracomunitari indistintamente. Il prossimo passo ??  Le leggi razziali? Mio dio! Stiamo ripiombando nell'oscurantismo.

Diventeremo peggio degli stati uniti, l'unico paese al mondo che è passato dalla barbarie alla decadenza.

AIUTO!!!
postato da: resaca alle ore 14:57 | Permalink | commenti (3)
categoria: